HIV/AIDS – IL TRAGUARDO 90-90-90 SI AVVICINA

Hiv/Aids in Europa: in Russia e in Ucraina il 75 per cento delle nuove diagnosi. Il traguardo 90-90-90 si avvicina. Molti Paesi dell’Asia già tagliati fuori dalla corsa.
L’Europa del 2020 avrà detto addio all’Aids? La risposta è talmente complessa che ci sono volute 120 pagine per descrivere lo scenario: se si guarda ai 28 Stati membri dell’Unione europea insieme ai tre Paesi appartenenti allo spazio economico europeo (Ue/See) si può affermare che nel complesso si trovano sulla buona strada, ma allargando l’analisi alla Regione Europea come l’intende l’Oms (Europa e buona parte dell’Asia) emergono numerose aree dove i progressi sono lenti se non addirittura fermi. Con i Paesi dell’est a rischio di epidemia, responsabili dell’82 per cento delle nuove diagnosi.Ma questo sintetico sguardo d’insieme non rende giustizia alla ricchezza di dati (risalenti al 2017) contenuti nell’ultimo rapporto sulla diffusione dell’Hiv/Aids in 53 Paesi della Regione Europea redatto dall’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pubblicato su Eurosurveillance.

Possiamo anticipare che il principale compito degli esperti di salute pubblica nei prossimi anni sarà quello di riconoscere le infezioni non diagnosticate e trattarle con le terapie adeguate. Ma entriamo nel dettaglio del rapporto.

TRAGUARDO 90-90-90- A CHE PUNTO SIAMO?
«La transmission dell’Hiv – si legge sul rapporto – resta una delle preoccupazioni principali per la salute pubblica che riguarda più 2 milioni di persone nella regione europea dell’Oms, in particolare nella parte orientale».

Nel 2017 circa 160mila persone hanno ricevuto una diagnosi di Hiv, che equivale a 20 ogni 100mila persone, un numero record degli ultimi anni. Nell’82 per cento dei casi si trattava di cittadini dei Paesi dell’est e per il 16 per cento di residenti nelle regione Eu/See. La Russia e l’Ucraina da sole hanno contribuito al 75 per cento delle nuove diagnosi nella Regione Europea dell’Oms.

Alla luce di questi dati gli autori del rapporto affermano che la Regione Europea dell’Oms non è in linea con gli obiettivi fissati dall’Unaids: ottenere una diagnosi del 90 per cento di tutte le persone sieropositive, garantire le terapie antiretrovirali al 90 per cento delle persone con una diagnosi, raggiungere la soppressione virale nel 90 per cento delle persone in terapia. Il traguardo è sintetizzato nella terna “90-90-90”.

CHI VA AVANTI E CHI RESTA INDIETRO
Ebbene, nel 2018 in generale i Paesi Eu/See hanno raggiunto obiettivi promettenti: 86 per cento, 91 per cento e 92 per cento.
I 31 Paesi europei nel loro complesso progrediscono quindi al ritmo giusto per raggiungere la meta prefissata. Non si può dire lo stesso di alcune regioni dell’Europa e dell’Asia centrale dove la marcia verso il punto di arrivo del 2020 ha subito un arresto: tra i 2,1 milioni di persone che convivono con l’Hiv nelle regioni dell’Europa e dell’Asia centrale solamente due su 5 hanno raggiunto la soppressione del virus nel 2018. Qui in media la percentuale delle diagnosi è dell’80 per cento, quella delle persone in terapia del 64 per cento e quella dei pazienti in terapia che mettono a tacere il virus è dell’86 per cento.

Va ancora peggio nei Paesi dell’est dove il livello di persone con una diagnosi, trattate e messe nelle condizioni di convivere con l’infezione scende rispettivamente al 76, 46 e 78 per cento.

Per rientrare in corsa verso l’obiettivo “90-90-90” la Regione europea dovrebbe ridurre il numero delle nuove infezioni, attualmente a livelli record, del 78 per cento entro il 2020.

GLI INTERVENTI NECESSARI
Arrivare alla diagnosi e arrivarci presto. Per curarsi nel migliore dei modi e per evitare di contagiare altre persone. È la principale strategia che gli autori del rapporto invitano ad adottare o rinforzare.

Ancora oggi una persona su cinque che vive con l’Hiv nelle Regione europea è inconsapevole della sua condizione.

«Sono necessarie nuove strategie per ridurre il numero di persone che vengono diagnosticate in ritardo – si legge sul rapporto – o che non sono consapevoli della loro infezione, ricorrendo ad approcci diversificati e user-friendly per rendere i test dell’Hiv ampiamente disponibili».

Ma gli interventi per tenere sotto controllo la diffusione dell’ Aids dovrebbero essere adattati al quadro epidemiologico specifico di ogni Paese. E là dove la popolazione più a rischio è quella omosessuale, come nei Paesi dell’Eu/See bisognerebbe puntare sulla profilassi pre-esposizione, sui test per l’autodiagnosi, sulla comunicazione con il partner. Mentre là dove la principale modalità di trasmissione dell’Hiv è l’iniezione di sostanze stupefacenti, come nei Paesi dell’est dove l’uso di siringhe è triplicato in soli due anni, bisognerebbe adottare rigide misure per la riduzione del danno.

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