DIPENDENZA DA PSICOFARMACI E CARCERI: UN MIX ESPLOSIVO

PROZACL’uso e abuso di psicofarmaci rappresenta, all’interno degli istituti penitenziari, uno dei problemi maggiormente avvertiti tanto dai detenuti che dal personale. Sebbene non esistano indagini su scala nazionale, dati parziali disponibili attestano che il consumo di psicofarmaci rappresenta una pratica molto diffusa fra i detenuti, che spesso cela un tentativo di auto-medicamento per far fronte al profondo disagio della vita carceraria. “Lo studio più recente e completo risale così al 2014 («La salute dei detenuti in Italia»), un’indagine dell’Agenzia regionale della sanità Toscana che ha coinvolto 57 strutture detentive (il 30% di quelle italiane), cinque regioni (Toscana, Lazio, Umbria, Veneto, Liguria) e Asl di Salerno: 15.751 detenuti. Nella ricerca spicca un dato: il 46% dei farmaci prescritti sono psicofarmaci. La quasi totalità di questi (95,2%) appartiene al gruppo di molecole che agisce sul sistema nervoso, con gli ansiolitici (37,8% del totale) a fare la parte del leone. Percentuale che sale vertiginosamente se si considera la fascia d’età 18-29 anni. Ottenere una terapia è facilissimo (…) Il 50% di detenuti, nella ricerca multicentro del 2014, mostra una dipendenza da sostanze. Il 23,7% è entrato in carcere con alle spalle una storia di tossicodipendenza da stupefacenti. Un problema diffuso nelle carceri, accentuato dalla legge Fini-Giovanardi, oggi decaduta, che aveva riempito gli istituti italiani di tossicodipendenti e consumatori. Dipendenza indotta dall’adattamento, precedente abuso di sostanze, c’è anche un terzo fattore che spinge la diffusione di psicofarmaci nelle carceri: il controllo da parte della stessa polizia penitenziaria. Costantemente sotto organico e con un problema gestionale dovuto al sovraffollamento, sono gli operatori stessi a incoraggiare l’assunzione di psicofarmaci (…) E poi c’è un quarto fattore. Forse il più taciuto, sottostimato, inconfessabile, scandaloso. Lo denuncia Gemma Brandi, infaticabile pioniera del campo e fondatrice della Società Italiana di Psichiatria Penitenziaria. «Ritengo che il disordine psicopatologico che porta e riporta taluni in carcere sia decisamente più serio e significativo, per gravità e incidenza, del disagio causato dalla detenzione», afferma. «La malattia mentale in carcere è molto più presente di quel che si pensa». Una considerazione, quella della dottoressa Brandi, che deriva dall’osservazione sul campo, a stretto contatto con le realtà detentive e degli ex ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). «Da anni ci accorgiamo che mentre negli ospedali psichiatrici giudiziari diminuiscono gli internati, dall’altra aumentano in carcere. Un terzo di coloro che escono ce li ritroviamo in istituto penitenziario dopo qualche mese». Un fenomeno di reistituzionalizzazione che si è accentuato negli ultimi anni, quando il carcere ha perso le sue aspirazioni rieducative per diventare, in una società fortemente consumistica, individualista e neoliberista, il luogo del controllo sociale degli emarginati, siano essi stranieri, tossicodipendenti o folli. Il carcere, dunque, si trova ad affrontare il problema di una parte della sua popolazione che necessita di una coazione, seppur benigna, di un’altra che di quella coazione non ha bisogno, ma che la ricerca. Come poteva finire? La risposta è stata quasi esclusivamente farmacologica”.

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